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La Traccia Domenica 26 Aprile

LA TRACCIA – Un pensiero per domenica

Domenica 26 aprile – 3° del Tempo di Pasqua (anno A)
APPENA UNDICI CHILOMETRI
(Lc 24, 13-35)

Sono appena undici i chilometri che separano il piccolo villaggio di Emmaus dalla città di Gerusalemme. Un paio di ore a piedi, circa mezz’ora in bici, dieci minuti in auto.
Eppure sono chilometri faticosi, lunghi da percorrere, soprattutto quando il cuore è appesantito dalla tristezza, da grandi domande incompiute, da ferite non risolte. E’ questo lo stato d’animo dei due discepoli del vangelo; in essi ci si può riconoscere, non appena abbandoniamo un’idea superficiale e astratta della vita, guardando in faccia la realtà e lo spessore concreto del nostro vissuto.
Ci sentiamo anche noi sulla strada che scende a Emmaus, forse con il passo pesante non tanto a causa di gravi avvenimenti, ma per quel non so ché di solitudine un po’ nascosta, che troppo spesso ci spinge ad essere estranei gli uni agli altri, o anche a vivere le vicende della vita con distaccato cinismo. Allora può succedere di fare molte cose, ma di non proseguire in avanti neppure di un passo; può accadere di affannarsi per molti impegni, senza diventare davvero responsabili per il futuro che ci attende.
Su quella medesima strada si accosta un uomo, straniero, sconosciuto. Non accampa facili promesse, non si presenta come un mago che dice di risolvere le nostre insoddisfazioni con pozioni miracolose. Fa due cose molto diverse: si accosta camminando con i discepoli, condividendo il loro passo in modo discreto, e poi li invita a non guardare dentro e dietro di sé con nostalgia, ma ad ascoltare una parola che sta fuori, che sta davanti. Non solo, ma quel viandante ricomincia con ostinazione proprio da quelle ferite, da quei sentieri interrotti che per mille motivi anche noi, come i discepoli di allora, vorremmo velocemente cancellare, e ridà loro voce, perché siano da capo affrontati, perché non si rimanga nel vuoto della solitudine che appesantisce il passo.
Tutto inizia a cambiare quando i due discepoli smettono di guardare indietro e accolgono quell’uomo, che fa come se dovesse andare più lontano: “resta con noi, perché si fa sera”. Il resto lo sappiamo: il riconoscimento del Signore Risorto allo spezzare del pane, la porta che si apre, gli undici chilometri che vengono percorsi all’incontrario, ora in salita, eppure questa volta in modo sciolto, spinti dal desiderio di incontrare gli altri fratelli per condividere la fede e la comunione ritrovate.
Il cristianesimo non ci fa uscire mai da quegli undici chilometri e dalle fondamentali domande che la vita umana porta con sé. E’ invece l’annuncio di come quella strada possa davvero essere percorsa con il passo veloce e attento di chi non si arrende alla solitudine e all’estraneità, di chi è stanco di inutili fuochi d’artificio a buon mercato, ma impara a cogliere in ogni più piccolo gesto di prossimità i segni più belli del Risorto, soprattutto quando i piedi sono stanchi e affaticati. E’ così che il cuore torna ad ardere e ad essere capace della tenacia dell’amore; è così che si salva l’uomo nella sua dignità, troppo spesso repressa dalla paura e dalla solitudine; è così che Dio stesso è tra noi, non altrove! Lui passa e ripasserà sempre in quegli undici affascinanti chilometri, per i quali ci sentiamo tutti compagni di strada.

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