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La Traccia Domenica 9 Febbraio

Domenica 9 febbraio 5° del Tempo Ordinario (anno A)
DARE SAPORE
(Mt 5, 13-16)
Dai racconti evangelici emerge lottimo rapporto di Gesù con la tavola, con la cucina e con il cibo fino ad utilizzare limmagine del sale per dire il senso della vita del discepolo.
Saper dosare il sale è, in effetti, una delle operazioni più complesse. Chi è abituato a cucinare non riesce neppure a spiegarla: è questione di tocco immediato, di saggezza spicciola che nasce dallesperienza. Se ti scappa la mano e metti troppo sale, non puoi tornare indietro e il cibo diventa immangiabile. Viceversa, se trattieni troppo la mano, il rischio è che ciò che hai preparato rimanga insipido, slavato, insapore.
Se diventare discepoli significa essere sale, allora si tratta prima di tutto di maturare uno stile, che sappia aprire la mano con semplicità, ma al tempo stesso in modo giusto e senza prevaricazioni. E necessario liberarsi da ogni tentazione di invadenza, imparando a dare sapore sciogliendo e liberando con gratuità le risorse di bene, di bellezza, di umanità che sono dentro di noi e a cui troppe volte non crediamo più. Non si tratta di farsi vedere, o di mettersi sul piedestallo, ma di riconoscere che il nostro corpo in quanto tale è visibile, parla in un certo modo e se si muove bene, nei gesti e nelle parole, moltiplica sapore, rispettando la diversità dellaltro e disponendosi a sua volta a vedere la capacità di bene degli altri, fino a rallegrarsene senza invidia.
tSe poi diventare discepoli significa dare credito al proprio essere sale, allora è fondamentale stare dentro limpasto della vita, appassionarsi e prendersi cura di questo cibo umano amato incondizionatamente da Dio. Perché alla fine il sale senza cibo è inutile, non può dare sapore a nulla. Visibilità profetica e non invadente, passione per questa umanità, standoci dentro per contribuire, nei propri limiti, a renderla più bella: questo, agli occhi di Gesù, sembra essere il buon sapore adeguato richiesto ai discepoli, senza protagonismi o fughe intimistiche, evitando ogni esagerazione, seppur zelante, che rischierebbe di rendere il cibo immangiabile e la luce troppo accecante.
Essere sale, forse, significa tornare con forza allumanità del vangelo, come un autore francese, Raphael Buyse, scrive nel suo bel libro intitolato Un Dio diverso: Bisogna semplicemente credere nelluomo, nelluomo amato da Dio. Lessere umano di ogni luogo e di ogni tempo, che si può vedere, toccare, amare o detestare, da vicino come da lontano. Luomo nella sua famiglia, città e quartiere, nel suo lavoro e nelle attività nelle quali è coinvolto. Lessere umano che possiamo incrociare nella sua ricerca di vita, negli amori, nei piaceri e nella sofferenza. Luomo nelle sue relazioni e nella sua solitudine. Capace di fare il male quanto di fare il bene. Luomo nella tragicità umana, nel suo maldestro desiderio di felicità. Luomo che io sono. Luomo che potrei diventare. Lessere umano abitato da qualcosa che è molto più grande di lui.
E allora il pranzo sarà pronto, la tavola imbandita, la mano del cuoco sapiente nel suo tocco e il cibo finalmente delicato e gustoso, cotto e salato al punto giusto, capace di restituirci quella reciproca fiducia senza la quale rimarremmo insipidi.

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