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La Traccia Domenica 29 settembre

LA TRACCIA – Un pensiero per domenica

Domenica 29 settembre – 26° del Tempo Ordinario (anno C)
UN ANTIDOTO ALLA DISUMANITA’
(Lc 16, 19-31)

Venendo al mondo c’è qualcuno che ci nutre, preparando un cibo per noi. Crescendo si impara a parlare perché qualcuno si rivolge a noi e, ascoltandoci, crea le condizioni perché le nostre orecchie si abituino ad ascoltare il mondo. Possiamo continuare a vivere perché ci sentiamo ospitati, perché vediamo porte che si aprono, case che diventano accoglienti. Essere nutriti, ascoltati, ospitati è ciò che sta all’origine della nostra vita e ci permette di moltiplicarla senza misura.
L’Eucaristia domenicale parla lo stesso linguaggio, permette la medesima esperienza, capace di dare forma al nostro vivere: pane e vino che nutrono, una parola da ascoltare perché diventi criterio di discernimento, comunione ospitale vissuta con fratelli che non sono né semplicemente parenti, né amici di vecchia data, ma che si ritrovano lì, a celebrare la stessa cosa e a ricevere lo stesso nutrimento.
La parabola che Gesù racconta può essere letta provocatoriamente come una Eucaristia “al contrario”. C’è un tale che mangia, ma da solo e prendendo tutto per sé; c’è poi una parola ben conosciuta, quella di Abramo, di Mosè e dei profeti, ma che non viene ascoltata, né diventa fonte di discernimento; infine, c’è qualcuno vicino, che bussa alla porta, ma che non viene neppure notato, se non dai cani che si prendono cura di lui leccandogli le ferite.
Ebbene sì! L’Eucaristia può essere vissuta così e, prima ancora, un’intera vita può essere attraversata nella totale indifferenza, senza lasciarsi scalfire neppure di un millimetro, talmente chiusi da dimenticare il debito liberante nei confronti di chi ci ha nutriti, ascoltati, ospitati. E l’altro non lo vedi più e perdi te stesso, così pieno e ingolfato da non avere più spazio per nulla e per nessuno.
Non a caso a riguardo del povero Lazzaro si dice che fu sollevato con leggerezza dagli angeli, mentre del ricco ci si limita a ricordare la fine con un laconico “morì e fu sepolto”, quasi a voler esprimere la pesantezza di un atteggiamento che ti rende morto prima del tempo.
E dunque, sembra dire Gesù, proprio su questo punto si gioca la pienezza di una vita: sul riconoscimento dell’altro, la cui diversità ci salva, perché ci restituisce, in ultimo, la nostra umanità. Se questo passo non si compie ci si rotolerebbe su sé stessi e neanche se uno risorgesse dai morti potrebbe scalfire un cuore che sceglie deliberatamente di rimanere duro come una pietra.
Essere nutriti, ascoltati, ospitati: è questa la memoria grata che la cena del Signore rende possibile, antidoto domenicale alla disumanità, a favore di tutti. Il resto, come racconta la parabola, non porta alla vita, ma ad un triste e inesorabile vicolo cieco.

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