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La Traccia domenica 30 Dicembre

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Domenica 30 dicembre – Santa Famiglia (anno C)

SULLE STRADE POLVEROSE DELLA VITA

(Lc 2, 41-52)

 

  Ciascuno di noi ha mosso i primi passi in una famiglia, in una casa, o comunque in un luogo d’origine che ci ha consegnato, in bene o in male, l’alfabeto fondamentale della vita.
  E tuttavia la famiglia ideale, perfetta, senza problemi, sempre uguale nel tempo, non è mai esistita. Esistono piuttosto le famiglie reali, ciascuna con la propria storia, con i propri limiti, con le proprie ferite, in molti casi drammatiche o difficili da rimarginare.
  Come tutte le cose, anche la famiglia può diventare un idolo, quando appunto la si idealizza o non la si lascia mai, rimanendo adolescenti per tutta la vita. Anche in questo caso il vangelo è sorprendente: la famiglia stessa di Gesù non ha la forma di un idolo, poiché è tutt’altro che tranquilla. Maria è madre di un figlio di cui non sa pienamente l’origine, Giuseppe è padre, ma solo adottivo, Gesù stesso si rivela un ragazzo complicato, ribelle, fuori dagli schemi, che non esita ad allontanarsi dai genitori senza neppure comunicarlo. Della precedente vita di Maria, poi, come di quella di Giuseppe, sappiamo poco, ma il nuovo testamento lascia intuire il loro carattere obbediente alla tradizione giudaica, ma anche titubante e critico nei confronti di essa. In ogni caso, già a loro non manca il coraggio di andare contro corrente, di fuggire in Egitto, per poi confrontarsi senza paura con i pastori e con strani personaggi stranieri venuti da oriente ad adorare il bambino.
Gesù, dunque, ha respirato una famiglia così: non ideale, ma aperta, libera, soprattutto pronta a non voler sapere tutto, ma a stupirsi, spesso con fatica, davanti alle novità e di fronte ad un futuro inedito.
  Non credo che il vangelo della famiglia annunci l’esigenza moralistica della perfezione, degli schemi uguali per tutti, della fissità di canoni famigliari precostituiti e chiusi in se stessi, che oltre a non essere vivibili non corrisponderebbero mai all’esistenza reale di ciascuno di noi. Promette invece che in ogni storia famigliare, fosse anche la più disastrata, è possibile un cammino di riconciliazione, una forma di riscatto e di comunione. Promette, in primo luogo, come è accaduto per Maria e Giuseppe, che Gesù è sempre davanti e più grande rispetto ad ogni precedente fallimento. La sua fuga manifesta l’impossibilità di trattenerlo in qualche schema già risaputo, riapre la ricerca della sua identità e proprio per questo è in grado di ridimensionare ogni idealizzazione idolatrica, di noi stessi e delle nostre famiglie.
  Dunque, non padri perfetti, non madri perfette, non figli e fratelli precisini, bloccati, intruppati, ma padri, madri, figli, fratelli che sanno con onestà riconoscere i propri limiti, imparare dalla vita, non cedere alla chiusura, dare forma alla propria originalità.
  Di queste famiglie c’è bisogno, perché solo così si genera davvero alla vita, perché solo così il Figlio stesso di Dio ha imparato a “rimanere nelle cose del Padre suo”, non rimanendo chiuso in casa, o in un recinto sacro, ma affrontando fin da piccolo la strada reale e polverosa della vita.

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