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La Traccia Domenica 23 Febbraio

Domenica 23 febbraio 7° del Tempo Ordinario (anno A)
UN IMPASTO DI TERRA E CIELO
(Mt 5, 38-48)

Le relazioni sono il tesoro umano più prezioso. Si presentano alla vita come una promessa, come motivo di stupore e di gioia ritrovata. Eppure non vanno da sé: un legame può essere perso, può fallire, oppure può essere fin dallinizio carico di problemi, litigioso, rovinato dallincomprensione.
La cura degli affetti, dunque, chiede saggezza, fiducioso allenamento, profonde risorse umane. Si comprende perché è sempre necessario darsi delle norme che regolino i rapporti sociali, per evitare la sopraffazione di qualcuno su altri, o per arginare le violenze che possono nascere dal rancore e dal risentimento. Senza limpegno a favore di legami buoni e di relazioni trasparenti, unintera società perderebbe il suo terreno umano e cadrebbe facilmente nella barbarie.
Gesù riconduce lesperienza sociale dei nostri affetti alla sua bontà originaria, liberandoci dalla tentazione, sempre accovacciata alla porta, di interrompere la giustizia dei legami umani di fronte alle divisioni e al loro potere mortificante. Questo sembra essere il suo invito: Non trasformarti in una persona fredda, distante, non lasciarti mangiare dal vortice perverso della vendetta. Continua invece a ricercare con tutto te stesso la prossimità dellaltro, cammina con lui fin dove è possibile, anche quando, nel segreto, vorresti che Dio ritirasse dal tuo nemico la sua benedizione, in modo da legittimare i tuoi rancori e le tue chiusure. Non è detto che tutto si risolva: se questo avverrà, gioisci e ringrazia. Se non avverrà è tuo compito lavorare perché non ci sia residuo di rancore e non si moltiplichi inutilmente lo spirito di contesa.
Di fronte a ciò che ha il potere di mortificare gli affetti umani, il discepolo di Gesù non è chiamato a fare leroe, ma a testimoniare che è sempre meglio metterci la faccia e la guancia piuttosto che inforcare la maschera dellindifferenza e dellanonimato, che è sempre meglio lasciare il mantello e rendersi vulnerabili piuttosto che indossare larmatura della violenza e della vendetta.
Certo, nella consapevolezza della fatica che questo comporta, ma molto prima nella fiducia che sia possibile, per tutti, metterci faccia e corpo, guancia e mantello, per rimanere uomini vulnerabili e non lasciarsi trasformare dallodio in fredde macchine violente.
Lamore concreto, daltronde, è sempre impasto di terra e cielo: non sai dove finisce luna e dove inizia laltro, perché stanno o cadono insieme. E sempre un duro terreno da dissodare, ma proprio in quel lavoro tocchi già da subito un dono dallalto che ti precede e ti dà respiro, che asseconda e alleggerisce la dolce fatica di legami buoni, da curare e da ritessere ogni giorno da capo come la stoffa più preziosa della nostra umanità.

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