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La Traccia domenica 17 Novembre

Domenica 17 novembre – 32° del Tempo Ordinario (anno C)

PIETRE RASSICURANTI O CUORI CHE BATTONO?

(Lc 21, 5-19)

 

Come le pietre del tempio, ci possono essere idoli che rassicurano, illudendoci di poter soddisfare ogni nostra mancanza. A dire il vero non si sa se sorridere divertiti o piangere amaramente di fronte a coloro che guardano orgogliosi “le belle pietre e i doni votivi”, quasi trastullandosi in modo solitario e illusorio concentrando il proprio interesse con ciò che da lì a poco sarebbe rovinosamente caduto. Per altro sono gli stessi personaggi a cui poco prima era sfuggito l’umanissimo gesto della vedova che posa nel tesoro del tempio tutto ciò che ha, dunque tutta se stessa.

Succede sempre così quando ci si fida di ciò che non tiene, o quando si preferisce una situazione apparentemente sicura invece di lasciarsi ferire dalla vita che batte, che prosegue, che cambia, che chiede coinvolgimento e responsabilità.

Senza fiducia c’è solo il posto per lunghi elenchi di notizie tragiche, come quelle che lo stesso Gesù racconta, quasi per svegliare dal sonno chi ha già deciso di prendere congedo dai drammi e dalle fatiche della vita reale, rifugiandosi in una religiosità imborghesita e anestetizzante. Ma soprattutto, senza fiducia non è possibile leggere anche gli eventi più faticosi come occasioni in cui dare testimonianza tramite una perseveranza che risuscita, rilancia, apre al futuro. La vera notizia non sono i terremoti, i cataclismi, le violenze, le divisioni tra gli umani, ma l’annuncio che proprio dentro queste cose e oltre queste cose c’è un amore che ti precede, che ti tiene in piedi, che si prende cura di te perché neanche un capello del tuo capo vada perduto.

Certo, per avere uno sguardo così è però necessario rinunciare alle pietre rassicuranti di una religione alienante e scegliere di essere fragili, di scomodarsi, di lasciarsi ferire da un cuore che batte e allora sulla nostra bocca ci sarà sempre di meno la frase: “sono deluso, non cambia nulla”, ma piuttosto: “che contributo posso dare io? Quale coinvolgimento da parte mia affinché il male non soffochi me e gli altri?”.

E’ meglio essere feriti per aver vissuto, piuttosto che rifugiarsi nelle mani fredde di idoli di pietra, che alla fine tolgono il fiato e rubano l’ossigeno! Aiutaci, Signore, a perseverare nella disposizione dell’apertura, a non avere timore di essere mancanti di qualcosa, a saper perdere e a cogliere la fragilità come una benedizione, perché è proprio in quel momento che rinasce in noi la spinta del desiderio, la fiducia necessaria per custodire nel cuore e raccontare agli altri che il male non ha mai l’ultima parola su di noi, nel momento in cui abbiamo scelto di abbandonare le pietre rassicuranti del tempio mettendoci con umiltà a fare la nostra parte per un mondo più umano.

D’altronde, come ricorda Paolo, “chi non vuol lavorare, neppure mangi!”.

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