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La Traccia Domenica 17 Febbraio

LA TRACCIA – Un pensiero per domenica

Domenica 17 febbraio – 6° del Tempo Ordinario (anno C)
IN UN LUOGO PIANEGGIANTE
(Lc 6, 17.20-26)

A differenza di Matteo, il discorso delle beatitudini viene pronunciato da Gesù fermandosi in un luogo pianeggiante. E’ un’indicazione geografica molto forte: si tratta di un posto accessibile a tutti, ma è anche un contesto in cui nessuno si può sottrarre al confronto, nascondendosi o rimanendo lontano. A volte, pur faticando, si preferisce viaggiare senza fermarsi piuttosto che fare una sosta in un luogo adatto e iniziare a pensare, a chiarire qualcosa che non va, ad affrontare insieme una difficoltà o a dialogare su qualche scelta importante da prendere.
aQui Gesù si ferma, rivolgendosi a persone e a situazioni concrete: “Voi, che siete qui!”. E nessuno può nascondersi come si fa nei boschi o dietro ad un muro: la radura è senza nascondigli, inesorabilmente aperta, come lo è sempre lo sguardo del Figlio di Dio. Le sue parole forti, coraggiose, sono destinate a smuovere i cuori, a dare speranza anche quando si trasformano in “guai” a causa di una sazietà che chiude ogni possibile cambiamento. Non è certo una minaccia, ma la triste constatazione che in determinate situazioni di agiatezza o di autosufficienza non si fa altro che cadere in un progressivo impoverimento di umanità.
In quella pianura Gesù non dà risposte, non si atteggia a maestro un po’ moralistico, ma ci consegna uno stile: prossimità, trasparenza, responsabilità. Non ci può essere una vera relazione, e dunque anche un’autentica vita credente, se non si è prossimi, se non ci si incontra e non ci si vede a livello fisico. Questo può farci male, ci ferisce, ci chiede di metterci a nudo, di superare timidezze e diffidenze, ma solo la prossimità concreta diventa condizione di rapporti umani: beati o guai a voi, che siete qui, che vivete questo, non beati o guai a voi in modo generico, astratto, distante. Il suo linguaggio, poi, è trasparente: non nasconde, ma rivela, non chiude, ma apre, non si rannicchia nell’anonimato, ma si espone, pagando di persona. E infine, il suo annuncio si consegna alla libera responsabilità di ciascuno nel saper discernere la propria vita, a costo di sopportare anche lo scandalo dell’incredulità.
Si pone qui la differenza tra veri e falsi profeti: i primi non hanno timore della prossimità e di un linguaggio trasparente che suscita responsabilità, mentre i secondi si allenano a sbirciare da lontano, si nascondono nella menzogna e si guardano bene dal compito di rendere liberi e responsabili i propri interlocutori, pur di ricevere consensi e applausi.
Questa differenza, però, può balzare agli occhi e lavorarci il cuore solo in una radura, in un luogo pianeggiante, quando abbiamo ancora il coraggio e l’onestà di fermarci, di guardarci in faccia, di fare il punto della situazione e rimanere lucidi quel tanto che basta per renderci conto che sazietà, potere e superbia ci impoveriscono, perché non ci rendono beati, ma a lungo andare soltanto disumani.

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