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La Traccia domenica 10 Febbraio

Domenica 10 febbraio – 5° del Tempo Ordinario (anno C)

LA MANO DEL PESCATORE

(Lc 5, 1-11)

 

 

La figura del pescatore è sempre stata particolarmente intrigante. Vederlo sulla spiaggia, tra le barche ormeggiate e le grandi reti da pesca, suscita la fantasia, genera storie, provoca una misteriosa ammirazione. Sarà perché i pescatori salpano di notte, affrontando il buio, la solitudine, i pericoli incombenti del mare e delle tempeste, ma vedere tra le loro mani il pesce appena pescato è come se fossero in grado di metterci in contatto con qualcosa che sfugge, che arriva da lontano, una sorta di mondo sconosciuto che all’improvviso diventa accessibile, visibile per la prima volta.

Gesù, sulla spiaggia, non si limita a scegliere Pietro, ma lo chiama perché è colpito dal suo lavoro, dal suo essere pescatore. Ha di fronte a sé una grande folla, ma la sua attenzione è colpita da alcuni uomini che, tornati dal mare aperto, stanno riassettando le reti. E’ in quel gesto, in quelle loro mani che Gesù coglie qualcosa di imperdibile, addirittura di fondamentale per la sua chiesa futura.

Prima di tutto il pescatore viaggia, prende il largo, ha bisogno di fiducia e di grandi orizzonti. Questo è ciò che per Gesù conta più di ogni altra cosa: non una folla assordante, non i numeri stratosferici, non le lotte ideologiche, ma qualcuno che senza troppe parole sappia fidarsi di ciò che è valido, allarghi la propria visione delle cose e ricominci a gettare le reti anche dopo la delusione di una battuta di pesca andata male.

Non solo, ma il pescatore, a differenza del pastore che conosce già abbastanza bene le sue pecore che guida, non sa che cosa si impiglierà nella sua rete. Non può saperlo in anticipo, non può averne il controllo. Può solo gettarla e rigettarla innumerevoli volte, tirarla su e vedere che cosa è successo.

Così, dunque, è il discepolo: è necessario non voler sapere prima, ma buttare giù la rete e poi imparare l’arte faticosa del discernimento, come fanno le mani del pescatore che poco per volta, con pazienza, pulisce le reti e tiene da parte, senza rovinarlo, il pesce buono.

Chiamando Pietro, un pescatore, Gesù consegna in un batter d’occhio alla sua chiesa questo stile fondamentale: non la folla, non l’emozione di un momento, ma gente aperta, ospitale, coraggiosa, che prende il largo, che non vuole sapere tutto prima di incontrare davvero la storia dell’altro, ma che discerne con saggezza tra le cose umane ciò che tiene alla prova della vita e ciò che, invece, inesorabilmente la mortifica.

La chiesa di Gesù, dunque, ha bisogno della mano del pescatore: ruvida, abituata al lavoro, tutto subito persino un po’ scostante, non incline al sensazionalismo superficiale, ma estremamente saggia e delicata nel saper cogliere tra le maglie strette della storia le capacità più alte e più buone che ciascuno, a partire dalla sua vicenda personale, sa portare con sé. Senza saperlo prima, ma solo fidandosi del suo Signore, come fanno i pescatori, ogni volta che prendono il largo e tornano sulla spiaggia riassettando le reti con infinita pazienza.

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