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La Traccia Domenica 2 Dicembre

FB_IMG_1543661947375LA TRACCIA – Un pensiero per domenica

Domenica 2 dicembre – 1° di Avvento (anno C)
LA FINE E’ UN INIZIO
(Lc 21,25-28.34-36)

Arriva sempre il momento di mollare la presa. E’ inutile voler trattenere tutto, non buttare via nulla, accumulare con affanno senza ragione. Ci si appesantisce poco per volta, forse per una mancanza viscerale di fiducia.
Gesù non fa giri di parole e non teme di ricordare con forza che tante cose passano, finiscono, tramontano, perché così è la vita reale di sempre, è la dinamica di ogni epoca della storia umana.
Ma allora la questione si fa seria: se non esci dall’individualismo e dalla chiusura, da quel narcisismo in cui non c’è spazio per altri, ogni tramonto sarà per te un dramma, un laccio in cui inciampare, una perdita scandalosa senza rimedio. E se invece la fine fosse un inizio? Un’apertura che anticipa un’alba nuova? Non è forse questo l’atteggiamento di chi rimane diritto in piedi, sveglio, capace di attendere, di scrutare l’orizzonte, per lasciarsi sorprendere dal bene che troppo spesso non siamo più capaci di vedere?
La forma ormai datata di un certo cristianesimo sociologico sta vivendo il suo tramonto, un declino, una fine. Non vogliamo vederlo e trasformiamo tutto questo in un tabù, pensando ancora che sia solo una parentesi passeggera, ma nel profondo sappiamo bene che non è così. Siamo sicuri che sia solo un male? O non potrebbe essere l’inizio liberante per la riscoperta di uno stile nuovo di vivere la fede, più sciolto, più essenziale? Perché attaccarsi ad un vestito vecchio, logoro, pur di evitare la passione creativa e il coinvolgimento necessario per cambiare abito, per cogliere i modi e le strade nuove tramite cui lo Spirito, oggi, suscita ancora la fede in Gesù e rinnova la sua chiesa?
L’avvento è anche questo: è il tempo in cui imparare a mollare la presa, per vedere in ciò che tramonta non una perdita, ma l’inizio di una nuova storia di Dio con l’umanità di cui si prende cura.
Certo, se siamo appesantiti tutto ciò che è apertura e creatività ci darà fastidio, perché ci chiede fatica, ci scrolla dal nostro torpore deresponsabilizzante e cercheremo fino all’ultimo di aggrapparci a ciò che è già inaridito, senza futuro, pur di non farci toccare da nulla.
E allora chiediamo che l’Avvento, ancora una volta, non sia una passeggiatina romantica di circostanza verso l’emozione superficiale di un Natale slavato, ma un vero e proprio itinerario di snellimento, di cammino fraterno, di riscoperta del desiderio che fa volare, che ci innalza sopra il grigiore dell’indifferenza e delle ubriacature fine a se stesse. E sarà davvero liberante scoprire che tutto ciò che sembrava una fine inesorabile, grazie a occhi fiduciosi, si aprirà davanti a noi come l’inizio sempre nuovo del Vangelo in mezzo agli uomini del nostro tempo.

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