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La Traccia Domenica 14 Ottobre

LA TRACCIA – Un pensiero per domenica

Domenica 14 ottobre – 28° del Tempo Ordinario (anno B)
LASCIARE
(Mc 10, 17-30)

Per potere nascere e respirare con i propri polmoni si lascia il grembo materno. Per imparare a parlare si deve lasciare il succhiotto e la bocca inizia a balbettare. Per provare a camminare è necessario lasciare il caldo rassicurante delle spalle che ti tengono in braccio e sperimentare la fatica dell’equilibrio sul terreno. Per scegliere, per costruire una famiglia, per mettere al mondo dei figli, per decidere un’esperienza lavorativa, per prendersi cura di qualcuno e coltivare affetti e amicizie ritorna sempre la medesima questione: lasci qualcosa, attraversi una mancanza, uno spazio aperto, inedito, irrisolto.
E’ questo desiderio originario che Gesù coglie nell’uomo che lo interroga. Per questo lo prende sul serio, gli vuole bene; percepisce in lui una sensibilità particolare, uno slancio che sembra andare oltre la pura osservanza di un comandamento. Eppure c’è qualcosa che non funziona: il dialogo rivela che quest’uomo si difende troppo, non si mette totalmente a nudo, spera nel suo intimo che Gesù non gli chieda di più o altro rispetto alle sue sicurezze ormai assodate.
E invece la sorpresa arriva: “Ti manca ciò che dà senso anche ai comandamenti che vivi e cioè il coraggio di lasciare il tuo atteggiamento di controllo su tutte le cose, di superare l’idea che la perdita sia una minaccia ingestibile”. Il risultato è la tristezza. Succede sempre così quando soffochiamo i nostri desideri più belli preferendo chi ci tappa tutti i buchi, chi ci risolve tutti i bisogni, piuttosto di rafforzare quella fiducia che viene da chi, come il Signore, ci apre porte e orizzonti nuovi per camminare oltre con le nostre gambe.
Nell’epoca in cui il mercato tende a saturare tutte le nostre mancanze, mortificando desideri e aspirazioni profonde, abbiamo bisogno di coltivare la saggezza del “lasciare”, dell’alleggerimento del cuore, educandoci al coraggio di non trattenere per noi le cose e le relazioni, perché facendo così le perdiamo. Non è questione di avere di più o di meno, ma di come ci muoviamo nella nostra vita: si può essere poveri, ma così attaccati alle cose da essere cattivi e risentiti, oppure si può essere ricchi, ma capaci di gestire i beni con distacco e sapienza umana a favore degli altri. Il punto è la libertà con cui Gesù vive il rapporto con i beni e con gli affetti: gioisce delle cose belle senza trasformarle in idoli e vive i legami con gli altri senza legare a sé in modo viscido e ambiguo.
E’ questo il salto che l’uomo del vangelo non ha compiuto e che, forse, anche Pietro e i discepoli faticano a maturare. Eppure è proprio questa capacità di lasciare, la fiducia nell’attraversare la mancanza senza volerla subito risolvere, a restituirci cento volte tanto, fin da ora, il necessario per vivere e il pane prezioso di relazioni libere.
Nei giorni in cui la Chiesa sta celebrando il Sinodo sui giovani, la provocazione sale alta per gli adulti: evitiamo di costruire generazioni di sabbia, viziate, tappando tutti i buchi e sollevando magicamente da ogni sudore. Impariamo da capo, in ascolto della parola tagliente e liberante del vangelo, uno stile generativo, che susciti uomini e donne non di sabbia ma di carne e di cuore, che sappiano mettersi a nudo senza paura, sopportare la mancanza e il conflitto, moltiplicare la vita condividendola, rimanere liberi dalla triste ossessione di volere tutto per sé!

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