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La traccia domenica 8 Luglio

Domenica 8 luglio – 14° del Tempo Ordinario (anno B)

COME UNA SPINA NEL FIANCO

(Mc 6, 1-6)

 

 

Quando abbiamo un problema, o qualcuno ci dà fastidio, diciamo di “avere una spina nel fianco”. Le incomprensioni, in effetti, non sono tanto paragonabili a dolori violenti, ma a fitte continue, più nascoste, che a lungo andare fiaccano la voglia di camminare.

Possiamo però leggere questo modo di dire anche in senso positivo: se senti una spina nel fianco, per quanto faccia male, è perché ti sei lasciato coinvolgere da ciò che avviene attorno a te, vuol dire che sei vivo, che non sei una macchina. Allora può succedere che quel fastidio venga rielaborato con coraggio e si trasformi in una fessura attraverso cui può essere ospitato in te qualcosa di nuovo.

Gesù, sulla scia dei profeti, si rivela sempre come “una spina nel fianco”, come un corpo estraneo rispetto a ciò che già si pensa di sapere di noi e degli altri. Le sue parole, i suoi gesti, provocano sempre ammirazione da un lato e scandalo dall’altro.

Certo, se accade come i suoi compaesani, che hanno fatto della patria un porto chiuso contro le intrusioni, tutto ciò che ferisce perché non si conosce verrà letto come una minaccia: il “corpo estraneo” dovrà essere estratto al più presto, per evitare anche solo il più piccolo cambiamento. Per questo nelle patrie chiuse, rinunciatarie rispetto alla loro originaria apertura ospitale, Gesù non può fare nulla, se non constatare con amarezza la durezza di cuore che porta all’incredulità.

E se invece la lettura del vangelo di oggi ci sollecitasse a ospitare in noi il corpo estraneo, trasformando la spina in un desiderio di apertura e di cambiamento? Non torneremmo, forse, ad essere più umani? Più feriti, certo, ma proprio per questo più forti e saggi nelle cose che contano.

Sinceramente di fronte alla grettezza dei compaesani di Gesù c’è da provare più compassione che rabbia: come puoi vivere sempre con la paura che qualcuno venga a prenderti qualcosa? Come puoi vivere circondandoti di una invisibile cortina di ferro che non ti rende permeabile a nulla, facendoti inaridire giorno per giorno?

Meno male che il vangelo, proprio perché annuncio di salvezza, si presenta anche sempre nella forma di una “spina nel fianco”, che sollecita, che rende svegli, che abilita di continuo al riconoscimento dell’altro, spezzando l’illusione aberrante di ogni delirio di onnipotenza. Meglio essere feriti e aver imparato a vivere, che ritrovarsi puliti e intonsi, ma ancora lì a mormorare su chi sia costui, figlio di falegname, diffidando di ogni novità. Non ti rendi conto del bello che ti stai perdendo? Non c’è alcun dubbio: meglio una spina nel fianco! Si cammina forse un po’ più lenti, ma si diventa e si rimane uomini, aspettando e ospitando gli altri.

E se tutto questo non può avvenire in un determinato luogo, pazienza. Come sa bene Gesù, ci sono tanti altri villaggi in cui continuare con gioia e libertà ad annunciare la lieta notizia del Regno, nell’attesa che qualcuno, prima o poi, la accolga con gratitudine. Senza risentimenti.

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